Dove andare, per iniziare.
Laghi glaciali, cime del Gran Paradiso, castelli e città UNESCO, vigneti tra terrazzamenti e colline, campanili romanici. Una selezione di luoghi del Canavese — il primo assaggio di un territorio che ha molto altro da scoprire.
Terzo lago del Piemonte per estensione, il Viverone è situato all’incontro delle province di Biella, Torino e Vercelli. Acqua balneabile, circoli velici, un lungolago che al tramonto guarda le Alpi in controluce.
Lungo le rive e sott’acqua ci sono i resti di villaggi palafitticoli dell’età del Bronzo, riconosciuti dall’UNESCO. Le rive più selvagge, ricche di canneti, sono invece rifugio per numerose specie di uccelli in svernamento e nidificazione: un luogo ideale anche per il birdwatching.
Al confine tra Ivrea e Chiaverano, il Lago Sirio è il più grande dei cinque laghi glaciali della zona — con i laghi Nero, Pistono, San Michele e di Campagna — ed è l'unico alimentato da una sorgente, senza immissari in superficie. La Regione Piemonte lo ha riconosciuto come area di rilevante interesse ambientale, ed è uno dei pochi laghi balneabili del territorio.
Si accede all'acqua da due stabilimenti, a sud-ovest e a est — niente imbarcazioni a motore. Il lungolago, con panchine e aree pic-nic, corre lungo la sponda est-sud-ovest e regala la vista sul castello medievale di Montalto Dora; la sponda opposta resta inaccessibile, tra terreno impervio e abitazioni private. Sulla riva meridionale ha sede la storica Società Canottieri Sirio, fondata nel 1887.
Il lago nacque negli anni Venti-Trenta del Novecento con la costruzione della diga, che sommerse la frazione di Malciaussia. Il nome, curioso, viene dal patois locale “mal ciaussia” — mal calzati — forse un riferimento alle calzature povere di chi qui pascolava il bestiame.
Il bacino turchese, a 1.800 metri in fondo alla Valle di Viù, riflette il Monte Lera, il Rocciamelone e il Colle dell’Autaret; la strada che ci porta è già un’esperienza, tra tornanti e cascate. D’estate è punto di partenza per le vette; d’inverno, meta di ciaspolate — in ogni stagione con aquile, marmotte e stambecchi per compagnia.
Un valico alpino a 2.612 metri nelle Alpi Graie, al confine tra la Valle dell'Orco e la Valsavarenche, in Valle d'Aosta — nel cuore del Parco Nazionale del Gran Paradiso, il primo parco nazionale d'Italia, istituito il 3 dicembre 1922. La strada provinciale finisce qui: d'estate è facilmente raggiungibile in auto, ma nei weekend chiude ai veicoli per lasciare spazio a bici e piedi; in inverno e primavera resta sepolta dalla neve.
Intorno si apre un altopiano di praterie, stagni e torbiere attraversato dalla Dora del Nivolet, punteggiato da laghi alpini incontaminati: uno dei paesaggi d'alta quota più fotografati delle Alpi occidentali, dove si incontrano camosci, stambecchi, marmotte e diverse specie di anfibi e uccelli. Pochi punti carrabili in quota sono così privi di inquinamento luminoso: è anche una meta per chi ama guardare le stelle.
Balme, a 1.432 metri, è il paese più alto delle Valli di Lanzo — e la porta per uno dei luoghi più spettacolari della zona. Il Pian della Mussa è un altopiano lungo oltre due chilometri, nato dal riempimento di un antico lago glaciale e chiuso da un arco di vette che sfiorano i 3.700 metri, tra cui la Uja di Ciamarella e la Uja Bessanese. È protetto come Sito di Interesse Comunitario della rete Natura 2000: prati, larici e pascoli dove capita di incrociare camosci e stambecchi.
La strada che sale da Balme termina al Rifugio Città di Ciriè, a 1.850 metri: base per escursioni d'estate e, d'inverno, per lo sci di fondo, quando il pianoro si trasforma in pista. Balme ha anche una storia da raccontare — a metà Ottocento diede i natali ad alcune tra le prime guide alpine del Piemonte, oggi ricordate nel piccolo Ecomuseo del paese. Dopo una camminata, si chiude la giornata con un piatto di polenta o un bicchiere di birra prodotta proprio qui, al Pian della Mussa.
Il torrente Chiusella un tempo alimentava gli opifici legati alle miniere di ferro che per secoli hanno segnato la valle. Oggi la Valchiusella resta uno degli angoli più selvaggi del Canavese: stretta, appartata, rigogliosa tra boschi di castagni e betulle. Vicino ad Alice Superiore, un lago glaciale apre la strada verso il Lago di Meugliano e la Gola di Garavot, due specchi d'acqua color smeraldo stretti in una forra di roccia levigata — mentre il Sentiero delle Anime, tra incisioni rupestri di epoca neolitica, racconta la storia più antica del luogo.
Più in alto, Traversella custodisce la memoria mineraria della valle nell'Ecomuseo "Il ferro e la diorite" e ospita una delle palestre di roccia più note del Nord Ovest, con oltre 500 vie di arrampicata. Ma la sorpresa della Valchiusella si trova a Vidracco: i Templi dell'Umanità di Damanhur, un complesso sotterraneo scavato a mano nella roccia, che molti definiscono l'ottava meraviglia del mondo — visitabili tutto l'anno con percorsi guidati. In primavera, "El Sabat 'd le Erbe" porta tra i prati passeggiate guidate alla scoperta delle erbe spontanee di montagna.
Il Ponte del Roc — più noto come Ponte del Diavolo — scavalca con un unico arco gotico la forra della Stura di Lanzo dal 1378, collegando il Monte Basso al Monte Buriasco, dove un tempo sorgevano un castello e un borgo fortificato. Trentasette metri di luce, sedici-diciassette di altezza sull’acqua, un profilo a schiena d’asino costruito in ciottoli di fiume: lo chiamano Ponte del Diavolo per la leggenda del patto notturno che ne avrebbe permesso la costruzione in una sola notte.
Sotto, la Stura ha scavato marmitte e pozze color smeraldo: nelle giornate calde è uno dei posti più suggestivi dove fermarsi.
Il Castello Ducale di Agliè è patrimonio UNESCO dal 1997, parte del sito seriale delle Residenze Sabaude — la stessa lista che include la Reggia di Venaria e Palazzo Reale di Torino. Il nucleo centrale, di cui restano ancora tracce visibili, fu edificato a partire dal XII secolo dalla famiglia comitale dei San Martino, originaria del Canavese; nel Settecento i Savoia lo trasformarono in villa di delizie. Nel 1939 lo Stato lo acquistò dalla Casa Reale e lo destinò a museo.
Il Salone d’Onore, affrescato con le imprese della famiglia San Martino, e il grande parco all’inglese ne fanno una delle mete più visitate del Canavese.
Da oltre mille anni il Castello di Masino domina la piana del Canavese da un’altura della Serra di Ivrea, una delle formazioni glaciali meglio conservate d’Europa. Appartenne ai conti Valperga — discendenti di Arduino d’Ivrea, primo re d’Italia — che ne documentano il possesso fin dal 1070: distrutto dai Savoia nel 1459, fu ricostruito un secolo più tardi come sfarzosa residenza di rappresentanza, fino all’acquisto da parte del FAI nel 1988.
Oggi se ne visitano le sale affrescate, la biblioteca e le carrozze d’epoca. Il parco romantico, disegnato nell’Ottocento tra i vigneti della Serra, regala un panorama a 360 gradi su tutto il Canavese — e in primavera e autunno ospita “Tre giorni per il giardino”, la mostra-mercato del FAI dedicata al giardinaggio.
Ivrea è patrimonio UNESCO dal 2018 come “città industriale del XX secolo”: il riconoscimento premia il progetto urbanistico e sociale realizzato tra il 1930 e il 1960 da Adriano Olivetti, che chiamò i maggiori architetti italiani del Novecento a disegnare fabbriche, uffici, asili e case per gli operai lungo l’asse di via Jervis. Tutto nasce nel 1908, quando Camillo Olivetti fonda la prima fabbrica italiana di macchine per scrivere — la prima macchina italiana arriva tre anni dopo, nel 1911.
Il MAAM — Museo a cielo Aperto dell’Architettura Moderna, due chilometri a piedi attorno a via Jervis — porta tra la fabbrica di mattoni rossi, l’asilo nido con i suoi giochi disegnati su misura, la Talponia scavata nel terreno e mimetizzata tra gli alberi. Ogni anno, tra febbraio e marzo, la città si trasforma per lo Storico Carnevale di Ivrea, celebre in tutto il mondo per la Battaglia delle Arance: squadre a piedi contro carri armati, in una rievocazione delle rivolte medievali contro la tirannia.
Carema è un pugno di case all’estremo confine con la Valle d’Aosta, il cui nome deriva da “dazio”: qui si pagava un pedaggio per portare le merci tra Italia e Gallia. Il suo Nebbiolo di montagna — il Carema DOC, cugino di Barolo e Barbaresco — cresce su vigneti “eroici” aggrappati a pendii ripidissimi, terrazzati su pilastri di pietra costruiti a mano nei secoli, i “pilun”.
Con l’arrivo dell’industria nel Canavese, la viticoltura di Carema rischiò di sparire: fu Adriano Olivetti a incentivare la fondazione della Cantina dei Produttori di Carema per salvarla. Dai 40 ettari e otto produttori del 1967 si era scesi a due soli produttori nel 2012 — ma dal 2014 al 2024 sono nate sei nuove cantine di giovani vignaioli, con altre tre attese nei prossimi anni. Il Sentiero dei vigneti, un anello di circa 4 km dalla Cantina Produttori, si snoda tra i terrazzamenti: un paesaggio agricolo unico da camminare o visitare in cantina — la stessa Doc del 1967 che, poco più a valle, dà origine anche all’Erbaluce di Caluso.
L’Erbaluce di Caluso è DOCG dal 2010, ma la sua storia — come quella del Carema — comincia nel 1967, l’anno in cui nacquero entrambe le denominazioni. Nasce da un antico vitigno autoctono coltivato tra Caluso, San Giorgio Canavese, Agliè, Piverone e Viverone, a ridosso della Serra morenica di Ivrea: giallo paglierino, secco e fresco, con una mineralità decisa.
Si produce in quattro versioni — fermo, spumante (solo metodo classico), passito e passito riserva, quest’ultimo da uve appassite fino a febbraio dell’anno successivo alla vendemmia. Si abbina ad antipasti, pesce e risotti delicati; il passito, a pasticceria secca, torta di nocciole e formaggi erborinati.
Nel tardo X secolo Sigerico, arcivescovo di Canterbury, annotò ogni tappa del suo viaggio di ritorno da Roma: nacque così la mappa più antica della Via Francigena. Il tratto che entra in Piemonte dalla Valle d'Aosta attraversa per circa 55 chilometri l'Anfiteatro Morenico di Ivrea, intrecciandosi con le colline di Carema e dell'Erbaluce prima di scendere verso Piverone e il Lago di Viverone. Bollengo è una delle soste di questo cammino, riconosciuta come tale da chi percorre oggi il tratto eporediese della via.
In un grande prato tra i boschi di castagni si erge da solo il campanile romanico di San Martino (XI secolo): tutto ciò che resta del borgo di Paerno, i cui abitanti furono costretti a trasferirsi nella Bollengo fortificata nel XII secolo. I bollenghesi lo chiamano affettuosamente Ciucarun, il campanone — e nella fiction dedicata ad Adriano Olivetti è il luogo dove l'industriale amava ritirarsi in cerca di tranquillità. La chiesa dei Santi Pietro e Paolo, poco distante, fa parte del circuito "Chiese a porte aperte" ed è attrezzata per l'accoglienza dei camminatori.
Si sale tra querce e castagni secolari, e a ogni tornante compare una cappella. Le prime otto furono costruite in meno di dieci anni a partire dai primi del Settecento, altre quattro tra il 1759 e il 1781, l’ultima nel 1825: tredici cappelle in tutto, per un percorso devozionale ispirato al fortunato modello del Sacro Monte di Varallo, ideato dal frate francescano Michelangelo da Montiglio per raccontare la Passione di Cristo con statue a grandezza naturale e dipinti — nato per integrare un santuario mariano già esistente dall’XI secolo.
Dal 2003 è Patrimonio UNESCO insieme agli altri Sacri Monti di Piemonte e Lombardia, il più recente tra quelli piemontesi. Ma prima ancora di essere un bene tutelato è un balcone: nelle giornate limpide lo sguardo va dal Monviso al Monte Rosa, sopra un’area che conserva tracce dalla tarda età del Bronzo fino a un villaggio fortificato longobardo, riemerso tra la quinta e la sesta cappella.
Nel cuore di Ivrea, a pochi passi dalle architetture olivettiane del MAAM, il convento e la chiesa di San Bernardino furono costruiti tra il 1455 e il 1465 dai frati francescani, per ricordare il passaggio in città del santo senese nel 1418. Donata al FAI dalla famiglia Olivetti nel 2023, è oggi al centro di un importante progetto di restauro.
Ad attirare i visitatori è soprattutto quello che si trova all'interno: un ciclo di affreschi realizzato tra il 1485 e il 1490 da Gian Martino Spanzotti, dipinto proprio sul muro che un tempo separava i fedeli laici dai frati. Venti scene raccontano la vita e la passione di Cristo, raccolte attorno a una grande crocifissione di circa nove metri quadrati: uno degli esempi più intensi di pittura rinascimentale in Piemonte, pochi minuti a piedi dal cuore industriale di Ivrea.
Alessandro Antonelli — lo stesso della Mole di Torino — progettò per Castellamonte una nuova chiesa parrocchiale grande quasi quanto la Basilica di San Pietro a Roma. I lavori, sostenuti dalla cittadinanza, iniziarono nel 1842; nel 1846, completate le mura perimetrali e parte delle colonne, si fermarono per mancanza di fondi e non ripresero mai. Prende il nome dallo spazio circolare che quelle mura racchiudono.
Nello spazio pensato come presbiterio del tempio mai finito sorge oggi la parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo, in stile neogotico, costruita tra il 1871 e il 1875 su progetto dell’architetto torinese Luigi Formento. Castellamonte è la capitale piemontese della ceramica: attorno alla Rotonda, oggi spazio per eventi pubblici, ci sono botteghe, la storica stufa in terracotta e, tra fine agosto e metà settembre, la Mostra della Ceramica.
Il M.A.C.A.M. di Maglione – a 20 km da Ivrea e 45 da Torino – è un museo a cielo aperto, una proposta di opere d’arte contemporanea di diverse tendenze esposte sulle case e negli spazi del centro abitato: non si paga biglietto d’ingresso, non esistono orari di apertura o chiusura e la visita è molto agevole anche per le persone affette da disabilità.
Nasce nel 1985 da un’idea di Maurizio Corgnati, scrittore, regista, “filosofo di campagna” ma soprattutto intenditore di cucina, vini e arte: tornato in paese dopo diversi anni, volle crearsi un proprio museo, per circondarsi di opere ma soprattutto per condividerle e renderle fruibili a tutti in qualsiasi momento.
Nei primi quattro anni aveva già accumulato settanta opere: gli artisti accorrevano con entusiasmo, nonostante il compenso per il lavoro fosse semplicemente un ricco pranzo preparato personalmente da Corgnati… fra questi Ugo Nespolo, Giò Pomodoro, Armando Testa.
Da allora, artisti italiani e stranieri delle tendenze artistiche più svariate sono stati invitati a produrre e a collocare le proprie opere nelle strade di Maglione, in un singolare connubio tra tradizione e avanguardia. A oggi sono 165: si va dalle geometrie di Roberto Caracciolo ai colori espressionisti di Bert van Zelm, dalle monocromie di Piero Ruggeri ai tratti di Francesco Tabusso e di Ugo Nespolo. Tra le sculture, spicca il Monumento al contadino di Piero Gilardi, costruito utilizzando vecchi attrezzi della civiltà agricola, e in piazza XX Settembre è presente un’opera di Giò Pomodoro.